Quando gli italiani convinsero i soldati di Hitler dell’esistenza del Morbo K

Si possono inventare le malattie? La storia ci suggerisce di sì e uno dei casi più noti riguarda l’arrivo del Morbo K a Roma nel lungo inverno 1943-1944 quando gli ebrei romani erano perseguitati, come accadeva in tutta Europa ormai dagli anni ’30, dai soldati di Hitler. Il Morbo K viene inventato di sana pianta dai medici italiani Adriano Ossicini (scomparso il febbraio scorso) e Giovanni Borromeo al fine di salvare la vita a concittadini di religione ebraica e a polacchi che altrimenti sarebbero stati deportati nei campi di concentramento della Polonia e della Germania.

È vietato l’accesso ai non addetti. Era pressoché questa la scritta che il futuro Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale Ossicini e il suo insegnante Borromeo avevano fatto applicare sulla porta che conduceva al reparto dove erano ricoverati i pazienti affetti da Morbo K. In realtà all’interno dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma non tutti sapevano dell’esistenza di questo repartino, ma coloro che ne erano a conoscenza sapevano invece che le donne e gli uomini presenti in quelle stanze godevano tutti di buona salute e di documenti totalmente falsi. La malattia infatti era stata inventata da Ossicini insieme al primario Giovanni Borromeo per salvare decine di ebrei romani dalle persecuzioni nazifasciste ed evitare che venissero inviati nei campi di sterminio; venne così definita dalle iniziali degli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler. In quegli anni Ossicini era medico all’ospedale Fatebenefratelli, in prossimità del ghetto ebraico. A seguito del 16 ottobre 1943, giorno della razzia tedesca ai piedi del teatro di Marcello e del Portico di Ottavia, i romani presero a cuore le sorti dei loro fratelli ebrei. Tra i “giusti” c’erano anche Ossicini e Borromeo che nelle stanze del nosocomio sull’Isola Tiberina iniziarono a compilare false cartelle cliniche con il nome della malattia definita “contagiosissima” in modo tale da scoraggiare i nazisti dal controllo dei nomi dei pazienti. Successivamente Ossicini venne imprigionato dai nazisti e dai fascisti. Per la sua liberazione intervenne la Santa Sede ma lui rifiutò ogni azione a suo favore. Dopo poche settimane di prigionia non risultando prove a suo carico, la polizia lo rilasciò.

Nonostante la prigionia del dottor Adriano Ossicini, il repartino del Fatebenefratelli continuò la sua attività. Di fatto si trattava di una vita del tutto clandestina tanto per i finti pazienti quanto per i medici che vi lavoravano all’interno. Non mancarono le occasioni in cui si presentarono alla porta gruppi di SS e, a seguito di un controllo da parte dei tedeschi, in cui vennero controllati tutti i degenti nell’ospedale, per salvare i finti degenti il primario Giorgio Borromeo spiegò in tedesco ai soldati la pericolosità del morbo e quanto fosse contagioso cosa che fece desistere i tedeschi dall’ispezionare il padiglione.

 

“Ricordo ancora – dirà Ossicini nel dopoguerra rammentando quel 16 ottobre – lo straziante grido di una madre in quell’alba, a via della Reginella, che urlava al figlio piccolo ‘Scappa via, bello de mamma, scappa!’”. Intimorito da quanto stava accadendo Ossicini si recò di corsa verso l’ingresso dell’Ospedale chiedendo a un collega di seguirlo. Arrivati al ghetto riuscirono a far scappare una ventina di giovani ebrei ordinando loro di nascondersi al Fatebenefratelli. Qui il dottor Borromeo ricoverò tutti gli scampati al rastrellamento compilando le loro cartelle cliniche. “Sulla loro cartella – prosegue Ossicini – dovevamo per forza scrivere qualcosa, per distinguerli dagli altri pazienti e, ad un giovane medico ebreo, Giorgio Sacerdoti, venne in mente di metterci ‘sindrome di K’. Di fatto, esistono varie malattie che cominciano con la lettera K, ma in questo caso, in modo quasi ironico, il ‘morbo di K’ voleva sintetizzare, con questo termine, ‘morbo di Kesserling’, nome dell’ufficiale nazista, razzista e persecutore”. L’attuale Sala Assunta del Fatebenefratelli si trasformò così in un reparto d’isolamento fino al termine della Seconda guerra mondiale.

 

Alessandro Notarnicola
Alessandro Notarnicola
Mi occupo di giornalismo e critica cinematografica. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia nel 2013, nel 2016 ho conseguito la Laurea Magistrale in "Editoria e Scrittura". Da qualche anno mi sono concentrato sull'attività della Santa Sede e sui principali eventi che coinvolgono la Chiesa cattolica in Italia e nel mondo intero.
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1 Comment

  1. Sono commossa leggendo questa bellissima storia. In quegli anni lontani io c’ero, una bambina non ebrea e sentii raccontare sotto voce qualcosa di molto misterioso che si stava facendo per salvare gli ebrei. Un’ amica di mia madre fu murata in una stanza di casa sua, dal marito non ebreo. Naturalmente c’era una piccola entrata segreta. Tutti i giorni mia madre le portava da mangiare. La casa era a Roma, Corso d’Italia. Anche noi vivevamo a Roma, Città Aperta

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