Piano Pandemico 2021-2023: che cos’è e quali sono i principali punti del nuovo documento

Per non farsi trovare impreparati ad una nuova pandemia influenzale, come quella da Covid-19, o dare risposte in tempo di epidemia, il Ministero della Salute ha elaborato un nuovo documento che sarà sottoposto alle Regioni per essere approvato in Conferenza Stato-Regioni. La bozza del nuovo piano pandemico 2021-2023 andrebbe a sostituire quello del 2006 non aggiornato fino ad oggi che ha fatto sollevare delle polemiche in questo periodo di pandemia da Covid-19. Secondo il nuovo documento, aggiornato al 18 gennaio, cambia, e si alleggerisce, il passaggio relativo alla cura dei pazienti in caso di scarsità di risorse. Il medico, si legge, “agendo in scienza e coscienza, valuta caso per caso” e “gli interventi si basano sulle evidenze scientifiche e sono proporzionati alle condizioni cliniche”. Nella prima bozza, dell’11 gennaio, l’indicazione era di trattare preferenzialmente i pazienti “con maggiori probabilità di trarne beneficio”.

In un “contesto di risorse scarse in sanità quale quello che grava sui sistemi sanitari di tutto il mondo, pur con accentuazioni diverse nei diversi Paesi, considerata la particolare scarsità creata dall’impatto sul SSN della pandemia attuale, severa e inattesa – si legge nella nuova bozza – medici e operatori sanitari potrebbero trovarsi a dover prendere decisioni cliniche eticamente impegnative”. Per approfondire questo tema, il documento rimanda al Parere del Comitato Nazionale per la Bioetica “Covid19: La decisione clinica in condizioni di carenza di risorse e il criterio del triage”. Il medico (o l’operatore sanitario), si evidenzia quindi nella bozza aggiornata al 18 gennaio del ‘Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (PanFlu) 2021-2023’, “agendo in scienza e coscienza, valuta caso per caso il bisogno clinico dei pazienti secondo i criteri clinici di urgenza, gravosità e efficacia terapeutica, nel rispetto degli standard dell’etica e della deontologia professionale; gli interventi si basano sulle evidenze scientifiche e sono proporzionati alle condizioni cliniche dei pazienti, dei quali è tutelata la dignità e riconosciuta l’autonomia”.

I vaccini sono le “misure preventive più efficaci, con un rapporto rischi/benefici particolarmente positivo, ed hanno un valore non solo sanitario, ma anche etico intrinseco di particolare rilevanza. La loro distribuzione deve rispondere a criteri trasparenti, motivati e ragionevoli, e deve rispettare i principi etici e costituzionali di uguaglianza ed equità, bilanciando i rischi diretti e indiretti con specifica attenzione a evitare un impatto negativo per chi è più vulnerabile sul piano bio-psico-sociale”. È questo un passaggio della nuova bozza del Piano pandemico aggiornato al 18 gennaio.

I “benefici e gli eventuali limiti della vaccinazione – si sottolinea nella bozza – devono essere spiegati con chiarezza ai cittadini, anche sottolineando che i vaccini non sostituiscono la prevenzione mediante altre misure atte a garantire nelle pandemie il contenimento della diffusione e protezione dal virus”.
Inoltre, “Eticamente rilevanti sono gli specifici doveri etico-deontologici e giuridici del medico nel corso di una pandemia”.
“Come suggerisce l’esperienza australiana, le misure di distanziamento fisico sono state in grado di minimizzare l’impatto dell’influenza stagionale e potrebbero quindi mitigare, almeno in parte, il decorso di una pandemia influenzale”. L’indicazione è contenuta nella nuova bozza del Piano pandemico 2020-2023. Si è visto inoltre “che le mascherine chirurgiche o quelle di comunità, quando usate correttamente da tutti, insieme alle altre misure di prevenzione – si legge – esplicano un sostanziale effetto di popolazione nel ridurre la trasmissione dell’infezione”.

Sempre l’esperienza del 2020, si evidenzia nella bozza del Piano, “ha dimostrato che si può e si deve essere in grado di mobilitare il sistema per aumentare nel giro di poco tempo sia la produzione di mascherine e dispositivi di protezione individuale a livello nazionale che i posti letto in terapia intensiva, anche per far sì che non si verifichino disservizi nella assistenza e nella cura delle persone affette da malattie ordinarie (diverse dal COVID-19) quanto comuni”.
Infine, e ciò vale per la preparazione nei confronti di tutti gli eventi pandemici, anche quelli dovuti ad una malattia respiratoria non conosciuta, si legge, “occorre una formazione continua finalizzata al controllo delle infezioni respiratorie e non solo, in ambito ospedaliero e comunitario, un continuo monitoraggio esplicato dal livello centrale sulle attività di competenza dei servizi sanitari regionali (redazione, aggiornamenti e implementazione dei piani pandemici influenzali regionali) nonché in generale un rafforzamento della preparedness nel settore della prevenzione e controllo delle infezioni”.

Non sono tardati ad arrivare i primi commenti in merito al documento. Per Pier Paolo Lunelli, autore di protocolli pandemici in diversi Stati europei, la bozza del nuovo piano 2021-2023, “se manca il personale medico formato non serve”. Pier Paolo Lunelli, ex generale dell’Esercito, già responsabile della Scuola interforze per la Difesa Nbc, la struttura che forma il personale militare e quello ministeriale al contrasto delle minacce di tipo biologico, chimico e radiologico e autore di diversi di protocolli pandemici per vari Stati Europei, ha spiegato all’AGI perché la bozza del piano per il biennio 2021-2023 da sola non basta ad attenuare le conseguenze di una pandemia influenzale.

“Si nota un grandissimo lavoro del Ministero e delle Regioni per recuperare il tempo perduto ma non si risolve tutto con questo piano. Se anche ne avessimo avuto uno così all’esplodere del contagio a febbraio non sarebbe bastato. Intanto, ne sarebbe occorso più di uno perché poi le Regioni devono fare i loro e mandarli alle Asl e agli ospedali che, a loro volta, devono elaborarli nel dettaglio. Certamente se ci fosse stato un piano le cose sarebbero andate meglio ma solo in presenza anche delle risorse. Lei mi può dire che io devo consegnare dei pacchi ma se non mi mette a disposizione un’auto per consegnarli diventa molto difficile. Io posso avere anche dei posti in terapia intensiva ma se poi manca il personale formato? E per formarlo ci vuole tempo. Pensiamo solo al fatto che in Italia il primo corso di contact tracing è stato fatto a ottobre. Non possiamo improvvisare tutto, le persone devono essere coinvolte e sapere cosa fare”.

Secondo Lunelli, un tema chiave è quello del coinvolgimento delle Regioni: “Non si può pensare che a livello centrale si prendano disposizioni univoche per la Lombardia e per la Sardegna che sono due realtà molto diverse. In Germania lo Stato non è mai entrato bel merito delle decisioni dei singoli Lander”.

Questo bozza di piano dimostra che non ce n’era uno prima? “Lo sanno anche i muri che un piano non c’era, ma l’assenza di un piano è stata solo la punta di un iceberg. Il problema è che sotto non c’erano le risorse sincronizzate senza le quali il piano sarebbe stato comunque carta straccia”.

 

Nicoletta Mele
Nicoletta Mele
Laureata in scienze politiche. Dal 2001 iscritta all’ Ordine Nazionale dei Giornalisti. Ha collaborato con testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il master in “ Gestione e marketing di imprese in Tv digitale”, ha lavorato per 12 anni in Rai, occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento. Dal 2017 è Direttore Responsabile di Health Online, periodico di informazione sulla sanità integrativa.
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