Nuove prospettive per la cura del linfoma mantellare

Il linfoma mantellare è un tumore del sistema linfatico raro ma tra i più difficili da trattare, con una quota importante di casi che non rispondono alle cure («refrattari») o che possono ripresentarsi («recidivare») anche dopo molti anni. In questi casi al momento non è possibile fare ricorso a trattamenti efficaci e la sopravvivenza media si aggira intorno ai 3 mesi.

Al congresso dell’American Society of Hematology che si è tenuto recentemente a Orlando (Florida) sono emerse però nuove prospettive per la cura di questa patologia.  Ad esempio, lo studio Zuma-2, in cui una infusione con KTE-X19, una terapia sperimentale che rientra fra le Car-t, ha ottenuto risposte positive nel 90 per cento dei casi trattati e risposte complete nel 67 per cento dei casi. Lo studio è stato realizzato su un numero limitato di pazienti, ma come ha spiegato a Corriere Salute il professor Fabio Ciceri, direttore del dipartimento di Oncoematologia dell’Ospedale IRCCS San Raffaele di Milano e presidente del Gitmo (Gruppo Italia o Trapianto di Midollo Osseo), “ i risultati sono decisamente interessanti considerato che i malati sono stati seguiti per oltre un anno, che in circostanze come queste è un tempo già parecchio significativo”. A dirigere la ricerca, Michael Wang, a capo del Department of Lymphoma and Myeloma dell’M. D. Anderson Cancer Center (Università del Texas), che ha sottolineato come ci sia il bisogno di “nuove opzioni terapeutiche per i pazienti con linfoma mantellare, in particolare quelli in cui la malattia è progredita nonostante diverse linee di trattamento precedenti. I tassi di risposta osservati supportano il potenziale di questo approccio come prima terapia cellulare per le persone affette dalla malattia”. Ci sono stati alcuni effetti collaterali, come la sindrome da cascata da citochine ed eventi neurologici nel 91% e nel 63% dei soggetti trattati, ma quelli neurologici di grado 5, cioè i più severi, in nessun caso. Effetti che comunque possono essere tenuti sotto controllo con la somministrazione precoce di cortisonici in associazione a un anticorpo monoclonale, senza che questo incida sull’efficacia del trattamento. Ciò riduce in modo drastico le reazioni che più mettono a rischio i candidati alla cura con Car-t e che esigono ricoveri in terapia intensiva e rianimazione.

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