Una dieta universale, Lancet lancia la sfida al mondo

Alessandro Notarnicola

Alessandro Notarnicola

Mi occupo di giornalismo e critica cinematografica. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia nel 2013, nel 2016 ho conseguito la Laurea Magistrale in "Editoria e Scrittura". Da qualche anno mi sono concentrato sull'attività della Santa Sede e sui principali eventi che coinvolgono la Chiesa cattolica in Italia e nel mondo intero.
Alessandro Notarnicola

Anche a tavola ci vuole la buona educazione e non è il galateo ad esigerlo ma l’organismo.

Vero è che alle buone maniere bisognerebbe aggiungere una dieta di tutto rispetto senza esagerare con eccessi che rappresentano sempre un forte rischio per la salute.

Dal tabacco al sesso non protetto per finire con le sostanze alcoliche.

Un rispetto che non ha solo a che vedere con la persona e la salute del corpo ma anche con l’ambiente. Del resto, si sa, la vera sfida del futuro è rappresentata dalla wellness economy, l’economia dello stare bene, che secondo alcuni sarebbe addirittura prioritaria rispetto alla green economy. Ambiente e persona dunque sono sullo stesso piano e oggi è quanto mai necessario raddoppiare nel mondo, anzi sulle tavole globali, i consumi di frutta, verdura, legumi e noci e ridurre di oltre il 50% quelli di zuccheri e carni rosse entro il 2050.

È questa la sintesi dello studio della Commissione Eat-Lancet presentato a Oslo e pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Lancet. La commissione, finanziata dalla Fondazione Eat da Petter e Gunhild Stordalen, raccoglie tra i massimi esperti in materia di nutrizione e sostenibilità provenienti da Università di tutto il mondo e organizzazioni come Fao e Oms. L’obiettivo è piuttosto ambizioso: proporre una ‘dieta sana universale di riferimento’ basata su criteri scientifici per nutrire in modo sostenibile una popolazione mondiale di 10 miliardi di persone nel 2050 ed evitando fino a 11,6 milioni di morti l’anno dovuti a malattie legate ad abitudini alimentari non sane.

Uno dei riferimenti espliciti del gruppo di studiosi è la dieta Mediterranea nella versione ‘frugale’ praticata in Grecia alla metà del ‘900. La dieta universale prevede l’assunzione di 2.500 chilocalorie al giorno che, in una gamma flessibile, si traducono in approssimativamente 230 grammi di cereali integrali, 500 di frutta e verdura, 250 di latticini, 14 di carni (bovine o suine o ovine), 29 di pollo, 13 di uova, 28 di pesce, 75 di legumi, 50 di noci, 31 di zuccheri (aggiunti e non). Condimento consigliato gli oli vegetali, extravergine di oliva o colza. Oltre a cambiare i consumi, riducendo gli sprechi del 50%, gli autori del rapporto fissano obiettivi-limite nell’utilizzo di terra, acqua e nutrienti per la produzione agricola sostenibile. E indicano una grande varietà di aree di intervento per raggiungere questi risultati coinvolgendo governi, industrie e società, come ad esempio l’educazione e l’informazione, l’etichettatura, tasse sul cibo, il sostegno economico alla produzione di alimenti sani.

Ma lo studio di Lancet che richiama a una efficace riduzione dei consumi di carne per nutrire il pianeta in modo sostenibile “ripropone vecchi argomenti anti-zootecnia” e “distorce dati a fini ideologici”, secondo l’associazione europea dei trasformatori di carne (Clitravi).

Lo studio della Commissione Eat-Lancet, si legge in una nota, tralascia per esempio l’impatto ambientale di altri settori: “Un volo di andata e ritorno da Roma a Bruxelles genera emissioni molto più elevate rispetto al consumo annuale di carne e salumi” di una persona. Una “dieta equilibrata e un regolare esercizio fisico possono fare la differenza”, chiude la nota, “speriamo che la Commissione Eat Lancet voglia tener conto di questo e di tutte le innovazioni su cui il settore sta investendo per ridurre l’impatto ambientale”.

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