Parkinson: la velocità con cui si digita la tastiera del pc individua precocemente la malattia

Nicoletta Mele

Nicoletta Mele

Laureata in scienze politiche. Dal 2001 iscritta all’ Ordine Nazionale dei Giornalisti. Ha collaborato con testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il master in “ Gestione e marketing di imprese in Tv digitale”, ha lavorato per 12 anni in Rai, occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento. Dal 2017 è Direttore Responsabile di Health Online, periodico di informazione sulla sanità integrativa.
Nicoletta Mele

La diagnosi precoce è fondamentale per la cura delle malattie.
Il morbo di Parkinson, una patologia neurodegenerativa e progressiva che prende il nome dal primo medico inglese, James Parkinson, che nel 1817 l’ha osservata e descritta in dettaglio, potrebbe essere diagnosticato in fase precoce grazie alla velocità con cui si digitano i tasti su una tastiera del pc.
Il tempo impiegato da una persona per premere vari tasti può indicare se sono presenti tremori alle mani. Il suddetto tremore colpisce tre quarti circa dei malati e può comparire fino a sei anni prima dall’essere diagnosticato.
È questa la scoperta di una ricerca condotta da studiosi della Charles Sturt University, nel Queensland che hanno confrontato la velocità di battitura tra persone con e senza disturbi del movimento – 76 persone, di cui 27 con Parkinson lieve e per questo senza la necessaria assunzione di farmaci – riuscendo a diagnosticare accuratamente il Parkinson nell’80% dei casi.
Quindici partecipanti hanno avuto tremori alle mani ma senza la comparsa del Parkinson.
In nove mesi è stato installato un programma sulle tastiere dei pc dei partecipanti per monitorare la velocità con cui hanno digitato i tasti. La velocità individuata è stata poi confrontata con la frequenza standard del tremore della mano di chi è affetto dal Parkinson, che è compresa tra 4 e 6 Hz. Dai risultati ottenuti si è riuscito a diagnosticare, dunque, un lieve Parkinson con una precisione dell’80%.
Al New Scientist, settimanale di divulgazione scientifica, Warwick Adams autore dello studio e affetto dalla patologia, ha detto che: “Lo scopo finale è quello di sviluppare un test di screening ampiamente disponibile sia per i medici di base che per i singoli pazienti.” Nonostante questa scoperta, i ricercatori del Centro Integrale di neuroscienza HM CINAC, in Spagna, sottolineano che i tremori sopraggiungono generalmente solo quando la mano è a riposo, e non quando è in movimento.
Il morbo di Parkinson è noto anche come la “malattia dei grandi uomini”, in riferimento a personaggi illustri che ne hanno sofferto, come Francisco Franco, Franklin Delano Roosevelt, Hitler, Arafat, Mao, Giovanni Paolo II e molti altri.
Le manifestazioni cliniche principali della patologia degenerativa del sistema nervoso sono la lentezza dei movimenti, la rigidità, il tremore e la difficoltà nell’equilibrio.

Le cause sono ad oggi sconosciute, l’interpretazione più recente ha ipotizzato la concomitanza di una predisposizione genetica e dell’esposizione a fattori ambientali.

James Parkinson aveva attribuito la causa della malattia alla rivoluzione industriale in Inghilterra, e all’inquinamento atmosferico da essa provocato; molti autori dopo di lui hanno cercato, peraltro senza successo, una singola causa della malattia. Di fatto, questa non è ancora nota, mentre è stato chiarito da tempo il meccanismo responsabile dei sintomi.
La malattia è presente in tutto il mondo ed in tutti i gruppi etnici. È riscontrata in entrambi i sessi, con una lieve prevalenza in quello maschile (M/F 1.5/1).

L’età media di esordio è intorno ai 58-60 anni, ma circa il 5 % dei pazienti può presentare un esordio giovanile, tra i 21 ed i 40 anni.

Secondo i dati del ministero della Salute, la malattia interessa l’1-2% della popolazione con più di 65 anni ed il 3-5% della popolazione con più di 85 anni. L’incidenza e la prevalenza aumentano con l’età.
Per contrastare i sintomi motori e facilitare i movimenti è importante l’esercizio fisico che, secondo gli esperti, deve essere lieve e non estenuante, come ad esempio una semplice passeggiata giornaliera.
Da prendere in considerazione: la fisioterapia, in quanto migliora il movimento e la forza muscolare, la logopedia, la terapia occupazionale (valuta i pazienti nelle loro attività quotidiane, in modo da suggerire le strategie che permettano loro di essere il più possibile autosufficienti, nonchè di adattare l’ambiente in cui vivono al progredire della malattia), la terapia sessuale.
Nelle fasi avanzate della malattia, dopo il decimo anno, le ricadute sono più frequenti. Seguire quindi, un programma di riabilitazione motoria aiuta non solo a ridurre il rischio di caduta, ma insegna anche come cadere, in modo da farsi meno male.
È importante anche seguire un regime alimentare bilanciato e soprattutto vario nella scelta degli alimenti e nella cottura.
Grazie alle attività delle associazioni, delle strutture di eccellenza e alla realizzazione di iniziative come quella di oggi, è possibile conoscere meglio la malattia e permettere ai pazienti e ai loro famigliari di avere delle risposte a tutte le domande e ai dubbi.

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