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Migranti e salute: arriva un libro che fa chiarezza sull’argomento.

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Salute e popolazione sono due tematiche che non possono essere trattate separatamente dal momento che l’una richiama lo stato della seconda.
Una relazione che ha trovato nella storia e nella letteratura di ogni tempo un terreno fertile: si pensi infatti agli untori immortalati dal Manzoni, ai controlli sanitari imposti (anche agli italiani) dagli Stati Uniti all’epoca della migrazione europea a cavallo tra i due secoli.
Insomma la storia dei pregiudizi verso gli stranieri, giustificati da ragioni igienico-sanitarie, è lunga e articolata tanto da essere trattata dall’ultimo libro di Samuele Davide Molli “Gli stranieri stanno bene”.
Particolare importanza assume tuttavia il secondo titolo dell’opera edita dal Centro Ambrosiano: “Salute e integrazione degli immigrati”.
La ricerca sul campo, nata dall’esperienza della Fondazione Verga presso ospedali e case di riposo milanesi, mostra infatti come i migranti al loro arrivo siano fondamentalmente sani, considerando che a partire sono persone giovani e produttive.
Poi, la loro sana salute si deteriora gradualmente, a causa di lavori usuranti e precarie condizioni di vita, mentre affetti e reti di aiuto familiari sono assenti. “Così, il migrante sano rischia di diventare migrante esausto”, scrive nella prefazione il sociologo Maurizio Ambrosini. Le pagine del libro sono ricche di vita e di storie concrete e, insieme a un accurato approfondimento culturale e scientifico dell’argomento, raccolgono l’esperienza di volontari, medici e infermieri che sperimentano quotidianamente i problemi relativi alla salute degli immigrati. Sono molte, infatti, le incomprensioni e le difficoltà comunicative che spesso mettono in crisi la relazione di cura: diverso è il modo di intendere la salute, la malattia, il corpo, la relazione tra i sessi, solo per fare qualche esempio. Che fare, dunque? Il saggio di Molli offre alcune interessanti piste di lavoro.
Grazie all’articolo 32 della Costituzione italiana il diritto alla salute è tutelato. Si tratta di un principio normato già dalla legge 40 del 1998. Gli stranieri regolarmente soggiornanti in un territorio nazionale, come ad esempio l’Italia hanno l’obbligo di iscriversi al Servizio sanitario nazionale come i richiedenti asilo e le persone che hanno ricevuto una forma di protezione internazionale. Sono inclusi anche i minori stranieri non accompagnati e le donne in stato di gravidanza, fino a un massimo di sei mesi dalla nascita del figlio. Per gli irregolari non cambia granché: la mancanza di documenti non preclude infatti la possibilità di ricevere le cure ospedaliere urgenti ed essenziali. Discorso che vale per le cure continuative, per malattia e infortunio, nonché per i programmi di tutela della salute mentale.
Se vale davvero il dato del “migrante sano che diventa usurato” allora una prima risposta la sia ha quando ci si domanda se davvero i migranti sono portatori di gravi malattie quando sbarcano in Italia o nel resto dell’Europa. Sul tema si è soffermato Bernardino Fantini, professore emerito di storia della medicina all’Università di Ginevra, che sabato 13 ottobre a Lugano, nell’ambito di un Forum Sguardi scientifici sulle migrazioni, ha affrontato il delicato argomento della salute pubblica. “I dati raccolti in modo serio dalle autorità di molti Paesi europei e nordamericani – ha detto Fantini – forniscono un quadro molto più rassicurante, rispetto a quello che può apparire (o che si può temere). Molti studi dimostrano, infatti, che la popolazione straniera in arrivo sulle coste italiane presenta, di norma, condizioni di salute buone”. Giudizio sposato inoltre da due recenti indagini dell’Istat, intitolate “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari” e “Condizione e integrazione sociale dei cittadini stranieri”. Le buone condizioni di salute dei migranti (almeno, quando arrivano) sono legate al fatto che, in genere, solo le persone più giovani e più sane decidono di tentare il viaggio (un viaggio spesso durissimo, come sappiamo) verso l’Europa.
È il cosiddetto “effetto migrante sano”, come lo definiscono gli addetti ai lavori.

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