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Apnee notturne, il disturbo che pesa su cuore e cervello mentre dormiamo

Molto diffuso ma raramente diagnosticato: in Italia un’ampia quota dei casi resta misconosciuta. Eppure, è un fattore di rischio modificabile per ipertensione, ictus e diabete.

Spesso non è chi soffre di apnee notturne ad accorgersene per primo, ma chi gli dorme accanto. È il partner a notare il russamento che si spezza in silenzi improvvisi, seguiti da un respiro che riparte di soprassalto. Chi dorme, intanto, non ricorda nulla. Si sveglia stanco, come se non avesse chiuso occhio, e quella spossatezza la attribuisce a mille altre cause: il lavoro, l’età, lo stress. È così che una delle patologie più diffuse della medicina italiana resta, per anni, invisibile proprio a chi la porta addosso.

Il Ministero della Salute la colloca tra le malattie respiratorie croniche più frequenti e ricorda che molti casi restano “misconosciuti”, cioè mai diagnosticati. Non è una sfumatura statistica. Dietro quella parola ci sono persone che convivono con un disturbo serio senza dargli un nome, e un sistema sanitario che fatica a intercettarle prima che il conto si presenti altrove, sul cuore o sul cervello.

La sindrome delle apnee ostruttive del sonno, indicata con la sigla OSAS, consiste nel collasso ripetuto delle vie aeree superiori durante il sonno. La gola, priva del sostegno muscolare che la veglia garantisce, si chiude, e il respiro si interrompe per pochi secondi, anche decine di volte ogni ora. Ogni interruzione fa scendere l’ossigeno nel sangue e costringe il cervello a un brevissimo risveglio per riattivare la respirazione. Sono microrisvegli di cui non resta traccia al mattino, ma che impediscono al sonno di diventare davvero profondo e ristoratore. Il corpo passa la notte a lavorare invece che a riposare, e la gravità del disturbo si misura con l’indice di apnea-ipopnea, cioè il numero di questi episodi per ora di sonno.

I segnali, a saperli leggere, ci sono quasi sempre. Il russamento abituale, le pause respiratorie notate da chi condivide il letto, una sonnolenza diurna che non passa mai e che si porta dietro difficoltà di concentrazione, irritabilità, cali dell’umore e mal di testa al risveglio. Sono sintomi che però vengono normalizzati, perché “russare è sempre stato così”, e che raramente spingono a chiedere un consulto. La stanchezza cronica, intanto, logora la lucidità sul lavoro e i rapporti, può spegnere il desiderio sessuale e si lega a un maggior rischio di depressione. Anche per questo la diagnosi continua a slittare, a volte di anni.

Un rischio per cuore e cervello
Sarebbe un errore considerarla una semplice questione di sonno disturbato. Le continue cadute di ossigeno e la frammentazione del riposo tengono l’organismo in uno stato di allerta che logora soprattutto l’apparato cardiovascolare. L’OSAS è associata all’ipertensione, alla fibrillazione atriale e a un aumentato rischio di ictus, oltre che alla resistenza all’insulina e al diabete di tipo 2. È un disturbo che, notte dopo notte, prepara il terreno a malattie ben più gravi.
Il legame con il cervello è il capitolo più recente. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha seguito oltre 1.400 persone per otto anni, ha rilevato che le apnee aumentano di oltre due volte il rischio di micro-emorragie cerebrali, piccole lesioni silenti che non danno sintomi immediati ma che vengono considerate un precursore di ictus e di declino cognitivo. Un dato che sposta le apnee dal terreno del fastidio notturno a quello della salute del cervello che invecchia.

C’è poi un risvolto che riguarda tutti, non solo chi ne soffre. La sonnolenza diurna riduce attenzione e tempi di reazione, e la guida di chi convive con apnee non trattate è da tempo riconosciuta come un rischio documentato per la sicurezza stradale. Il colpo di sonno al volante, in molti casi, ha un nome clinico preciso.
Il disturbo non colpisce tutti allo stesso modo. Il principale fattore di rischio è il sovrappeso, ma pesano anche la conformazione delle vie aeree, una circonferenza del collo elevata, l’alcol e i sedativi assunti la sera, il fumo. Negli uomini è da due a tre volte più frequente, anche se dopo la menopausa il divario con le donne si assottiglia, perché cambia l’assetto ormonale. E non risparmia i bambini: una quota della popolazione pediatrica ne è colpita, spesso a causa dell’ingrossamento di tonsille e adenoidi, con ricadute sulla crescita e sull’attenzione che troppo spesso vengono scambiate per altro.

Dalla diagnosi alla cura
La sottodiagnosi ha più di una causa, e quasi tutte rimandano alla scarsa consapevolezza. I sintomi vengono minimizzati, manca spesso lo stimolo del medico a indagare, e là dove la richiesta cresce le liste d’attesa per gli esami del sonno si allungano. Non a caso il Ministero, nel suo documento dedicato, segnala che resta grande, e molto disomogenea sul territorio, la distanza tra i bisogni di assistenza e la risposta effettiva. La buona notizia è che la strada per arrivare a una diagnosi oggi è più corta. Accanto alla polisonnografia eseguita in laboratorio, la registrazione completa dei parametri del sonno, esistono dispositivi portatili che permettono di registrare la notte direttamente a casa. Il percorso parte dal sospetto clinico, raccolto dal medico di base o in un centro di medicina del sonno, e si conferma con questi esami. La terapia dipende poi dalla gravità. Nelle forme importanti lo standard è la CPAP, un piccolo apparecchio che durante la notte eroga aria a pressione positiva mantenendo aperte le vie respiratorie: funziona bene, ma richiede costanza, e l’aderenza alla cura è essa stessa parte del trattamento. Nei casi più lievi pesano molto le abitudini, dal perdere peso al ridurre l’alcol la sera fino alla posizione nel sonno, mentre in situazioni selezionate entrano in gioco soluzioni odontoiatriche o otorinolaringoiatriche.

La rilevanza dell’OSAS sta tutta in questo contrasto tra quanto è diffusa e quanto poco viene riconosciuta. Trattandosi di un fattore di rischio modificabile, intercettarla presto significa agire a monte sulla pressione, sul cuore e sulla qualità della vita di tutti i giorni. Il primo passo non è tecnologico né costoso: è smettere di considerare il russamento un dettaglio domestico e cominciare a leggerlo come un possibile segnale clinico, da portare all’attenzione di un medico.

Fonti:
• Ministero della Salute
• Ministero della Salute, tema OSAS (richiama il documento Stato-Regioni 2016 e la sottodiagnosi)
• Studio JAMA Network Open

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