Siete aviofobici? Il cervello aiuta a vincere la paura di volare

Nicoletta Mele

Nicoletta Mele

Laureata in scienze politiche. Dal 2001 iscritta all’ Ordine Nazionale dei Giornalisti. Ha collaborato con testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il master in “ Gestione e marketing di imprese in Tv digitale”, ha lavorato per 12 anni in Rai, occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento. Dal 2017 è Direttore Responsabile di Health Online, periodico di informazione sulla sanità integrativa.
Nicoletta Mele

Paura di volare? La cura c’è e comincia da non aver paura di aver paura e di non aver vergogna di parlare del proprio stato.

La percentuale di aviofobici italiani, secondo Doxa, è pari al 53,3%. In soccorso arriva il libro “Grazie al cielo”, scritto dalla giornalista Vania Colasanti e dal neurologo Rosario Sorrentino, un diario di bordo della terapia.

“La ‘paura dell’aereo’ è figlia legittima degli attacchi di panico e la terapia per superarla –  ha spiegato Sorrentino, non può limitarsi certo al farmaco preso subito prima del volo. E’ una paura profonda e di altrettanta profondità deve essere la terapia. Occorre curare innanzitutto la paura di aver paura, mettere il paziente nelle condizioni biologiche di esporsi e di recuperare così l’autocontrollo”.

E’ importante non solo scegliere il farmaco, ma somministralo nei tempi e nei modi giusti. Il farmaco viene somministrato in piccole dosi per diversi giorni prima del volo,  in questo modo si stimola la produzione endogena di serotonina e di dopamina e di stimolare i centri del piacere e del buonumore.

“La paura non è localizzata in una specifica parte del cervello e gli attacchi di panico – ha spiegato Sorrentino – lasciano il loro ricordo depositato in un ‘cassetto’ della memoria, ma pronto a riemergere nella memoria come se si fosse trattato di un’esperienza negativa vissuta poco prima. La terapia non ha niente di stregonesco o sciamanico: si basa semplicemente sulla sostituzione di una situazione piacevole, quale diventa il volo, al posto di una dolorosa e spiacevole, fiaccando nel paziente quell’ansia anticipata che gli impedisce di volare. Ma questo vale per tante tipologie di panico: c’è chi non se la sente di viaggiare su treni ad alta velocità, o chi va in vacanza in un albergo distante da non più di cento metri da un ospedale… Ma la cura c’è e comincia da non aver paura di aver paura e di non aver vergogna di parlare del proprio stato. Se si parte da questo si è già a buon punto”.

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