Sei innamorato di me? Cogli i segnali del mio corpo

Alessandro Notarnicola

Alessandro Notarnicola

Mi occupo di giornalismo e critica cinematografica. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia nel 2013, nel 2016 ho conseguito la Laurea Magistrale in "Editoria e Scrittura". Da qualche anno mi sono concentrato sull'attività della Santa Sede e sui principali eventi che coinvolgono la Chiesa cattolica in Italia e nel mondo intero.
Alessandro Notarnicola

Il corpo è il nostro bigliettino da visita. Sapersi muovere nel momento giusto, a ritmi lenti, servendosi di gestualità a volte ripetitive, sono già delle costanti che aiutano a relazionarsi a chi abbiamo di fronte.

Spesso alle parole si sostituiscono i gesti del corpo, questo avviene quando si è impacciati, nei momenti in cui effettivamente non si possiede il controllo della situazione. Pensate, ad esempio, al primo appuntamento o all’esame di maturità: due momenti in cui l’emozione e il ‘non sapere cosa fare’ si fondono lasciando il linguaggio verbale un passo indietro rispetto alla mimica del viso e del corpo. Parlano i gesti, le movenze, i capelli. Ma le labbra, quelle lì, tacciono.

Cogliere i segnali giusti, che indicano un’attrazione della persona che abbiamo davanti nei nostri confronti, può essere molto importante per dare un tono al rapporto. Scostare i capelli, accarezzarli, da parte di un uomo o di una donna, a differenza di quanto si possa immaginare non è correlato a un interesse. Così come alzare le sopracciglia, gesticolare, inclinare la testa, agghindarsi molto, mantenere una postura del corpo ‘aperta’. Al contrario, cercare gli occhi del partner, sorridere, dare principio a una conversazione, sorridere e mantenere la vicinanza fisica sono tutti segni non verbali che invece denotano curiosità. A dimostrarlo è un studio diretto dal dottor R. Matthew Montoya, professore associato di psicologia dell’Università di Dayton, pubblicato sulla rivista Psychological Bulletin.

Il team di ricercatori ha preso in esame una serie di comportamenti analizzando 54 articoli empirici che hanno esaminato la relazione tra quanto a qualcuno piacesse un’altra persona e come si fosse comportato nei suoi confronti. Hanno esaminato, inoltre, le descrizioni di centinaia di culture per determinare quali fossero quelli menzionati come indicatori di gradimento. Montoya ha detto che i risultati vanno anche oltre il mondo degli appuntamenti romantici: si tratta di comportamenti che mettiamo in atto in generale quando vogliamo piacere a una persona, per costruire un rapporto e sviluppare fiducia.

Tuttavia, ci sono alcuni consigli utili a meglio comprendere il linguaggio del corpo. C’è da dire che il corpo è il nostro bigliettino da visita. Sapersi muovere nel momento giusto, a ritmi lenti, servendosi di gestualità a volte ripetitive, sono già delle costanti che aiutano a relazionarsi a chi abbiamo di fronte. Generalmente si punta sul viso che è la parte più espressiva del corpo, subito dopo gli occhi. Per dimostrare che si è soddisfatti di un incontro, si trasmette serenità sorridendo. Un sorriso, però, è diverso da una risata. Al primo incontro si deve sempre (se effettivamente così è) condividere il proprio stare bene.

Gli occhi. Il contatto visivo è pressoché imprescindibile da ogni relazione. Fare la spesa, uscire di casa, incontrare una persona, accompagnare i propri figli a scuola. Accade sempre di incontrare lo sguardo di altre persone mentre si svolgono azioni ordinarie del quotidiano. Se lo sguardo diventa troppo insistente e lungo, potrebbe essere interpretato come una minaccia o un bisogno di imporre la propria superiorità. Sfuggente o diretto verso il suolo, viene percepito come un segno di sottomissione, di debolezza o di dissimulazione. In ogni caso c’è interesse.

Attenzione che può essere condivisa anche tramite il contatto fisico diretto. Si pensi alla meno comune pacca sulla spalla o alla ormai sdoganata stretta di mano. Stringere la mano a qualcuno, conoscente o meno, è segno di educazione e di accoglienza. Ben accetta se accompagnata da uno sguardo deciso.

Infine, la posizione ideale. Seduta ben dritta sulla poltrona, senza incrociare né le braccia né le gambe (sono segnali di chiusura e di rifiuto) e di fronte al proprio interlocutore. Se ti siedi storto, indichi che ti senti a disagio. Puoi mettere le mani sulle ginocchia senza mostrare i palmi, gesto che tradisce sottomissione o impotenza, e non devi stringere i pugni, perché trasmetti aggressività.

La verità è che in ciascuno di tutti questi casi l’interlocutore va rispettato. Il bon ton, infatti, consiglia di non mostrare mai il proprio disagio. Ciò che invece, in un caso o nell’altro, si può evitare è l’invasione di campo. La regola è: rispettare il territorio del proprio interlocutore. Una distanza di 60 cm è la distanza giusta da rispettare. Altro che codice della strada!

 

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