Salute e tecnologia: occhiali e smartphone per valutare il rischio di Alzheimer

Nicoletta Mele

Nicoletta Mele

Laureata in scienze politiche. Dal 2001 iscritta all’ Ordine Nazionale dei Giornalisti. Ha collaborato con testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il master in “ Gestione e marketing di imprese in Tv digitale”, ha lavorato per 12 anni in Rai, occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento. Dal 2017 è Direttore Responsabile di Health Online, periodico di informazione sulla sanità integrativa.
Nicoletta Mele

Il progetto internazionale My-AHA, portato avanti tra gli altri dall’ospedale Molinette di Torino, ha l’obiettivo di valutare, con l’utilizzo di occhiali speciali e dello smartphone, il rischio di Alzheimer e di decadimento cognitivo, psicologico, fisico e sociale.

Nuovi sviluppi per prevenire e il rischio di Alzheimer, la malattia degenerativa che colpisce le cellule cerebrali, caratterizzata da un progressivo deterioramento delle funzioni cognitive, dovuta in parte dalla deposizione extracellulare della proteina β-amiloide che ostacola la funzionalità delle cellule nervose. Tale riduzione funzionale è inizialmente circoscritta a specifiche aree cerebrali e si propaga successivamente in base alle connessioni funzionali.

E’ importante, come per tutte le patologie, la diagnosi precoce.

A tal proposito, l’ospedale piemontese Molinette di Torino è in prima linea nel progetto internazionale My-AHA (My Active and Healthy Ageing), che vede riuniti per raggiungere gli obiettivi, numerosi Istituti di ricerca ed aziende di Information e Communication Technology, sia europei sia extraeuropei, giapponesi, australiani e coreani.

Il progetto vuole valutare,  con un test su 600 pazienti di tutto il mondo – 80 dell’ospedale Molinette – quale sia il rischio di Alzheimer e di decadimento cognitivo, psicologico, fisico e sociale, attraverso l’uso di appositi occhiali e di uno smartphone.

Nello specifico, per lo studio i pazienti indosseranno occhiali della ditta giapponese MEME, che registrano i movimenti del corpo e del capo, valutando, grazie ad un giroscopio ed un accelerometro, il grado di equilibrio del soggetto nello spazio. Altri sensori sulle stanghette registreranno anche i movimenti oculari, che si modificano con l’età e con la patologia. Sarà inoltre monitorata la qualità del sonno con delle applicazioni di bande poste sul materasso e messe in campo da una ditta tedesca.

Qual è invece la funzione degli smartphone?

Uno degli strumenti più utilizzati al mondo sarà munito di appositi giochi, per testare lo stato della memoria, dell’orientamento e la capacità di risolvere problemi più o meno complessi. Lo smartphone raccoglierà i dati e li invierà ad un sistema in grado di riconoscere eventuali peggioramenti nel tempo.

Di tutti i soggetti, metà saranno solo monitorati nel tempo, l’altra metà invece beneficerà di un intervento di stimolazione motoria, psicologica, cognitiva e sociale, grazie all’uso degli stessi apparecchi. Una volta terminato lo studio sarà possibile definire con maggior chiarezza l’utilità delle nuove tecnologie nella diagnosi precoce, nell’invecchiamento in salute e nella prevenzione del decadimento dell’anziano.

Il progetto verrà presentato oggi, giovedì 18 gennaio, presso l’ospedale Molinette, in un Convegno intitolato “Il malato di Alzheimer: la sua presa in carico dal laboratorio al territorio”, organizzato dalla dottoressa Maria Claudia Vigliani, neurologa del Dipartimento di Neuroscienze della Città della Salute di Torino.

Oltre alle nuove tecnologie di uso quotidiano e del loro utilizzo per la diagnosi precoce, durante il convegno saranno analizzati anche altri temi legati alla patologia come ad esempio quali sono i fattori predisponenti e come possono essere modificati, quali sono le tecniche più avanzate di laboratorio e di medicina nucleare per la diagnosi precoce, si farà inoltre il punto sulla ricerca farmacologica e le difficoltà che incontra, ma anche sulla riabilitazione cognitiva. E non solo. Per la cura dei pazienti colpiti dal morbo è importante l’assistenza e quindi si parlerà anche del possibile ruolo futuro di piccoli robot assistenti domestici. Considerando che ogni approccio medico non può prescindere dalla centralità della persona malata e della sua famiglia, che deve gestirlo nel quotidiano, si parlerà anche delle cosiddette “comunità/città dementia-friendly”, cioè di quelle comunità disegnate per permettere alle persone affette da demenza di rimanere attive, autonome e di continuare a vivere una vita dignitosa per loro e per i loro cari, il più a lungo possibile con tutte le ricadute socio-economico-culturali a questo legate.

La malattia di Alzheimer, o più in generale la demenza, è una  patologia molto comune nei Paesi occidentali: in Italia si calcola che sono affette circa 1.300.000 persone, la patologia cresce con l’età ed è ormai chiaro che è necessario intervenire molto precocemente, ben prima che compaiano i sintomi della malattia.

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