Importanti chiarimenti sul diabete gestazionale

Beatrice Casella

Beatrice Casella

Laureata in economia internazionale e dello sviluppo, si è sempre appassionata del settore sanitario. Il tema della tesi di laurea triennale ha riguardato il tasso di mortalità infantile in Tanzania (paese dove ha vissuto alcuni anni). Per il suo master's degree si è concentrata sull'incidenza della politica e dell'economia nel garantire una salute globale. Praticante giornalista, ha lavorato a Milano con il Gruppo editoriale L'Espresso e attualmente lavora come Research Analyst per una società che si occupa di costruzioni sostenibili.
Beatrice Casella

Il diabete gestazionale colpisce circa il 7% delle donne italiane incinte (in aumento rispetto al 5% dell’anno scorso) e consiste in un’alterazione del metabolismo del glucosio  ed è una patologia legata unicamente alla gravidanza. Non deve essere confuso con il diabete mellito di tipo 1, il quale rientra nella categoria delle malattie autoimmuni perché è causato dalla produzione di autoanticorpi (anticorpi che distruggono tessuti ed organi propri non riconoscendoli come appartenenti al copro ma come organi esterni) che attaccano le cellule Beta. Queste ultime sono deputate alla produzione di insulina, una sostanza sintetizzata dal pancreas che ha il compito di regolare la concentrazione di glucosio nel sangue.

Verso la fine della gestazione, a parità di calorie introdotte con il cibo, una donna produce una quantità di insulina 3 volte superiore alla quantità prodotta da donne della stessa età ma non gravide. È un processo del tutto naturale, per l’organismo, di solito, non sussiste nessun problema.

Tuttavia, anche se la gravidanza procede in modo fisiologico, durante i nove mesi alcuni ormoni prodotti dalla placenta ostacolano l’azione dell’insulina. Inoltre, a volte può succedere che alcune donne presentano caratteristiche genetiche particolari e, quindi, il pancreas non riesce a far fronte alla necessità di produrre quantità maggiori di questo ormone peptidico. Per tale motivo, i valori glicemici risultano più alti della norma e si tratta, appunto, di diabete gestazionale, che deve essere assolutamente curato. Un’assenza di controlli e cure infatti, possono creare seri problemi al feto.

In particolare, le conseguenze più frequenti della patologia sono i seguenti:

  • Gli scompensi metabolici possono generare complicanze cardiovascolari.
  • Le quantità di zucchero in eccesso passano al bambino che può presentare un peso notevole alla nascita. Questa condizione può provocare più complicanze durante il parto e il ricorso obbligatorio al cesareo.
  • Il rischio di sofferenza fetale e di morte endouterina può aumentare se non si interviene prontamente con una terapia corretta.
  • Il nascituro, cresciuto in utero con alti valori di glicemia, da adulto avrà maggiori probabilità di soffrire a sua volta di diabete di tipo 2 (una malattia metabolica caratterizzata da iperglicemia).

La prima cura contro il diabete gestionale consiste nell’adottare una dieta ricca, svolgendo regolarmente attività fisica, anche con una semplice camminata di 30-40 minuti al giorno ad una velocità di 3-4 chilometri all’ora. Nei casi in cui i valori della glicemia risultino particolarmente elevati, è indicata anche una terapia a base di insulina. Per quanto riguarda il nascituro, è importante monitorare la crescita con ecografie periodiche poiché, il più delle volte, il suo sviluppo torna alla normalità. In alcuni casi, invece, la crescita rimane eccessiva e urge la necessità di ricorrere ad una terapia a base di insulina.

In più, da qualche tempo è aumentata una richiesta di terapie orali da assumere per trattare il diabete durante la gravidanza. Il farmaco più utilizzato è la metformina di cui però, almeno in Italia, ancora non si conoscono bene gli effetti a lungo termine sulla prole. La Norvegia è stato il primo Paese che è riuscito a fare maggiormente chiarezza: i ricercatori della Norwegian University of Science and Technology in Trondheim hanno dimostrato, attraverso i dati di 182 bambini le cui madri avevano preso la metformina durante la gravidanza, che i loro figli avevano il doppio delle probabilità di sovrappeso o obesità rispetto ai nascituri di altre donne a cui non era stato somministrato il farmaco. L’effetto comparse intorno ai sei mesi di vita e a quattro anni i bambini erano significativamente più pesanti e con maggiore di indice di massa corporea.

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