Giornata mondiale del morbo di Alzheimer, l’importanza della diagnosi precoce e i progressi della ricerca

Mariachiara Manopulo

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Bolognese di nascita e quasi romana d’adozione, mi sono laureata in Scienze della comunicazione pubblica, sociale e politica, e specializzata prima con un Master in diritto parlamentare e valutazione delle politiche pubbliche e poi con un Master in Digital PR e Media Relations. Ho avuto diverse esperienze nel settore della comunicazione; dopo più di tre anni passati nell'ufficio stampa di un gruppo parlamentare alla Camera dei deputati, ora lavoro nell'ufficio Comunicazione e Marketing di Health Italia.
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Settembre è il V mese mondiale dell’Alzheimer e oggi, 21 settembre, è la XXIII Giornata Mondiale dedicata a questa malattia. Il tema è “ricordati di me”: perché i malati non devono essere lasciati soli o abbandonati. Sono tante le iniziative organizzate dalla Federazione Italiana Alzheimer per questa occasione, in tutta Italia: convegni, tavole rotonde, banchetti informativi, incontri con i famigliari dei malati.

Con il termine “demenza” si indicano diverse malattie, che comportano la progressiva alterazione di alcune funzioni (memoria, ragionamento, linguaggio, orientamento) in maniera così forte da interferire con la vita quotidiana. La malattia di Alzheimer è la causa più comune di demenza, rappresenta il 60% di tutti i casi. È una malattia degenerativa, che colpisce progressivamente le cellule cerebrali, provocando il declino globale delle funzioni cognitive, il deterioramento della personalità e della vita di relazione. Chiaramente, questa malattia comporta forti costi, per i malati, per le famiglie e per lo Stato. Ed è purtroppo in costante aumento. Gli attuali costi economici e sociali della demenza raggiungono gli 818 miliardi di dollari, e probabilmente raggiungeranno 1000 miliardi di dollari in soli tre anni.

Settembre è il V mese mondiale dell’Alzheimer e oggi, 21 settembre, è la XXIII Giornata Mondiale dedicata a questa malattia. Il tema è “ricordati di me”: perché i malati non devono essere lasciati soli o abbandonati. Sono tante le iniziative organizzate dalla Federazione Italiana Alzheimer per questa occasione, in tutta Italia: convegni, tavole rotonde, banchetti informativi, incontri con i famigliari dei malati.

Secondo il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015, realizzato dal King’s College London, in collaborazione con London School Economics and Political Science, ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza (nel 2010 se ne stimavano 35 milioni), cifra destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni. In Italia si stima che la demenza colpisca 1.241.000 persone (che diventeranno 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050). I nuovi casi nel 2015 sono 269.000.

Il morbo di Alzheimer provoca problemi di memoria, di pensiero e di comportamento. Nella fase iniziale, i sintomi di demenza possono essere minimi, tuttavia, quando la malattia provoca maggiori danni al cervello, i sintomi peggiorano. La velocità con cui la malattia progredisce è diversa per ciascuno, ma in media, le persone che soffrono del morbo di Alzheimer vivono otto anni dopo che i sintomi si sono manifestati.

alzheimer

Ma quali sono i primi sintomi?

I problemi di memoria, in particolare la difficoltà a ricordare informazioni apprese recentemente, rappresentano spesso il primo sintomo del morbo di Alzheimer; problemi a completare le attività che una volta erano facili, difficoltà a risolvere i problemi, cambiamenti di umore o della personalità, l‘allontanarsi da amici e familiari. Ma anche problemi di comunicazione, sia scritta sia verbale, confusione circa luoghi, persone ed eventi e difficoltà a comprendere immagini.

I familiari e gli amici possono notare i sintomi del morbo di Alzheimer e di altre demenze progressive prima che la persona si accorga di questi cambiamenti. Se Lei o qualcuno che conosce sta soffrendo di possibili sintomi di demenza, è importante chiedere una valutazione medica per trovarne la causa.

Come in altre malattie neurodegenerative, la diagnosi precoce è importantissima, permette di trattare alcuni sintomi della malattia, e soprattutto consente al paziente di pianificare il suo futuro, quando ancora è in grado di prendere decisioni.

Ma è importante anche la prevenzione: come sottolinea la Sin, “i fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica, contribuiscono anche ad un rischio maggiore di sviluppare la Malattia di Alzheimer. Da questo deriva il ruolo fondamentale della prevenzione: studi recenti hanno dimostrato che stili di vita adeguati come la dieta mediterranea, l’esercizio fisico, la pratica di hobby e i rapporti sociali agiscano da fattore protettivo”.

Allo stato attuale, non esistono trattamenti per fermare la progressione della malattia. Negli ultimi anni, la ricerca sulla demenza ha fornito una comprensione molto più approfondita del modo in cui il morbo di Alzheimer colpisce il cervello. Oggi, i ricercatori continuano a ricercare i trattamenti più efficaci e una cura, nonché i modi di prevenire il morbo e migliorare la salute del cervello.

Come ha spiegato il dott. Roberto Manopulo, gerontologo e geriatra, “oltre ai noti inibitori della acetilcolinesterasi, sono state utilizzate sperimentalmente sostanze agoniste di vari recettori neuronali (muscarinici e nicotinici) ed anticorpi monoclonali che tramite immunizzazione passiva potrebbero essere in grado di ridurre e ritardare in qualche modo il processo di degenerazione cellulare”.

Recentemente, un gruppo di scienziati dell’Universita’ di Ginevra e l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia ha individuato dei microbi pro-infiammatori nell’intestino che potrebbero essere all’origine della malattia di Alzheimer. I risultati dello studio, che riguarda prevalentemente amiloide e tau, due proteine prodotte dal cervello il cui accumulo progressivo nell’arco di 20 anni conduce alla degenerazione neuronale, con la perdita di memoria e di autonomia tipica della malattia, sono stati pubblicati sulla rivista Neurobiology of Aging. Si e’ scoperto che alterazioni infiammatorie sono invariabilmente associate con depositi di amiloide e tau; non è però ancora chiaro se l’infiammazione preceda o segua la malattia. I farmaci sono in fase di sperimentazione per cancellare dal cervello le proteine tossiche o rallentare il loro accumulo e per ridurre l’infiammazione. Le cause dell’accumulo di amiloide e tau nel cervello e l’origine dell’infiammazione sono gli obiettivi degli studi di Giovanni Frisoni, direttore della Clinica di memoria a Ospedale Universitario di Ginevra, e Annamaria Cattaneo del Centro Nazionale Fatebenefratelli per la Ricerca e Cura della malattia di Alzheimer e delle malattie psichiatriche. Grazie ad una tecnica di imaging sofisticata, basata su tomografia a emissione di positroni (PET), hanno accertato che i pazienti con Alzheimer presentano una quantità importante di amiloide nel cervello rispetto ai gruppi di controllo. Inoltre, “ci siamo resi conto – ha spiegato Frisoni – che batteri intestinali con note proprietà pro-infiammatorie sono più abbondanti nelle feci dei malati di Alzheimer, mentre quelli con proprietà anti-infiammatorie erano più abbondanti in quelle degli altri gruppi”. Hanno poi scoperto che la concentrazione nel sangue di molecole pro-infiammatorie e anti-infiammatorie (citochine) differiva tra malati di Alzheimer e non. “Il nostro studio non porta a dire che il morbo di Alzheimer e’ causato da batteri dannosi nelle budella – ha avvertito Frisoni – ma che lo studio dell’interazione tra microbi intestinali e cervello e’ un percorso di ricerca che merita di essere ulteriormente esplorato”.

Vi è ottimismo che nel giro di tre anni possa essere disponibile un “vaccino” per l’Alzheimer, come ha anticipato la rivista scientifica “Nature” pubblicando uno studio della Flinders University di Adelaide, Australia, condotto in collaborazione con l’Institute of Molecular Medicine e l’University of California. Stati Uniti. Il vaccino andrebbe a colpire le proteine beta-amiloidi degradate che bloccano e danneggiano i neuroni, intervenendo nello stadio iniziale della malattia. Dal 2018 potrebbero partire i primi test sull’uomo.

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