Caso Ripa di Meana. Sedazione profonda non è eutanasia

Alessandro Notarnicola

Alessandro Notarnicola

Mi occupo di giornalismo e critica cinematografica. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia nel 2013, nel 2016 ho conseguito la Laurea Magistrale in "Editoria e Scrittura". Da qualche anno mi sono concentrato sull'attività della Santa Sede e sui principali eventi che coinvolgono la Chiesa cattolica in Italia e nel mondo intero.
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L’obiettivo della sedazione profonda è calmare il dolore quando la persona è giunta naturalmente al termine della vita e i farmaci non hanno più effetto contro la sofferenza.

“Dopo Natale, le mie condizioni di salute sono precipitante. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi, tutto ormai mi è difficile, mi procura dolore insopportabile. Il tumore ormai si è impossessato del mio corpo ma non della mia mente, della mia coscienza. Ho chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni […] le ho manifestato l’idea del suicidio assistito in Svizzera ma lei ha detto che potevo percorrere la via italiana delle cure palliative, con la sedazione profonda. […] Ora so che non devo andare in Svizzera, vorrei dirlo a quanti pensano che per liberarsi per sempre dal male si sia costretti ad andare in Svizzera, come io credevo di dover fare”. Queste le ultime parole di Marina Ripa di Meana affidate al cosiddetto “testamento biologico”, un video-documento pubblicato il giorno della morte della donna e che in Italia ha riaperto tra i banchi dell’opinione pubblica il dibattito sulla “sedazione profonda”, che non ha niente a che vedere con l’eutanasia.

Come dichiara la Ripa di Meana, in Italia si ritiene che per “lasciarsi andare” bisogna necessariamente affidarsi a una clinica svizzera. In verità così non è. Come si intuisce dal nome, si tratta di un tipo di sedazione, che prevede la somministrazione di un farmaco che induce il paziente in uno stato di sonno profondo. Procedura di cui ci si serve per l’esecuzione di alcuni esami diagnostici (come la colonscopia), si distingue dagli altri due tipi (lieve e cosciente) per la presenza dell’anestesista, che garantisce le funzioni vitali e respiratorie del paziente. L’ultima volta che in Italia si era parlato di sedazione profonda era stato a febbraio 2017 quando il 70enne di Treviso Dino Bettamin, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, aveva deciso  di ricorrere a questo trattamento per restare addormentato fino alla morte, sopraggiunta lunedì 13 febbraio.

La sedazione palliativa, tuttavia, non provoca mai la morte. Lo ha dichiarato ad “Avvenire” il presidente nazionale della Società italiana di cure palliative (Sicp) e direttore della Fondazione Sanità e Ricerca Italo Penco per smorzare la grande confusione creata a seguito del caso sopra descritto. Questo trattamento farmacologico è semplicemente un atto di cura, il cui obiettivo è esclusivamente calmare il dolore quando la persona è giunta naturalmente al termine della vita e i farmaci non hanno più effetto contro la sofferenza. “Il messaggio lanciato da Marina Ripa di Meana è positivo e fotografa in modo esatto la realtà, ovvero l’esistenza delle cure palliative e il diritto alla sedazione ove sia il caso, ma è vero che si presta a essere travisato quando la paziente afferma che, avendo scoperto l’esistenza delle cure palliative, non ha più dovuto andare in Svizzera per il suicidio assistito, come se le due pratiche fossero un’alternativa analoga. Sono due cose addirittura antitetiche”, ha affermato Penco. La scienza, inoltre, dimostra che la sopravvivenza dei pazienti sedati in fase terminale non differisce da quella dei non sedati. Secondo uno studio pubblicato nel 2003 su Lancet Oncology, coloro che vengono sedati per un periodo superiore alla settimana prima del decesso sopravvivono più a lungo di quelli non sedati.

In Italia non c’è una norma sulla sedazione profonda, ma esiste una legge sulle cure palliative: la 38 del 2010, che sancisce che questo tipo di cure, entrate nei livelli essenziali di assistenza, sono un diritto del paziente. Tutte le procedure terapeutiche che rientrano in questa categoria, compresa la sedazione profonda, sono lecite dal punto di vista legale, giuridico e deontologico. Diversi documenti delle società scientifiche delle cure del dolore e palliative sottolineano che la sedazione profonda è un trattamento che non ha nulla da condividere con l’eutanasia o morte assistita che non sono accettate per legge in Italia. L’eutanasia, se ne è parlato moltissimo negli ultimi tempi in occasione dei casi balzati all’onore della cronaca, mette fine alla vita di una persona,consenziente, che ha precedentemente dichiarato le sue volontà.

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