Bimba dimenticata in auto dalla mamma: è un altro caso di amnesia dissociativa?

Nicoletta Mele

Nicoletta Mele

laureata in scienze politiche.
Dal 2001 iscritta all’ordine nazionale dei giornalisti. Ha collaborato con testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il master in “ Gestione e marketing di imprese in Tv digitale” ha lavorato per 11 anni in Rai occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento.
Nicoletta Mele

Un’altra bambina è morta dopo essere stata dimenticata in auto dalla mamma. Si tratta di amnesia dissociativa?

E’ successo ad Arezzo: una bambina di un anno e mezzo è morta per arresto cardiaco, dopo essere stata dimenticata in auto dalla madre, che è andata a lavoro senza lasciarla all’asilo. Ad accorgersi della piccola è stato un vigile, che è intervenuto spaccando il vetro dell’auto, aiutato da alcuni passanti, dopo aver avvisato la stessa madre. Purtroppo, inutili sono stati gli interventi dei sanitari del 118.

Un altro fatto di cronaca che fa tornare alla mente episodi passati e purtroppo frequenti. E’ colpa dell’amnesia dissociativa?

Mutua Mba, in un articolo pubblicato, ha affrontato l’argomento grazie all’autorevole intervento della psicologa-psicoterapeuta Marinella Cozzolino la quale ha spiegato innanzitutto cos’è questo disturbo.  “L’amnesia dissociativa significa allontanarsi dal qui ed ora, dal presente, dal compito che si sta svolgendo anche solo per pochi minuti e dimenticare o meglio, non prestare attenzione a quello che stiamo facendo.

Capita molto più frequentemente di quanto immaginiamo: durante il discorso di qualcuno, una lezione o anche una telefonata, il cervello può iniziare a seguire pensieri suoi e andare da un’altra parte. Accade molto spesso mentre guidiamo. Se iniziamo a seguire la musica o i nostri pensieri, arriviamo a casa senza essere stati assolutamente coscienti di aver percorso quel determinato viale o quella specifica strada.Ci dissociamo infine quando siamo multitasking ed iper organizzati.

Immagino questa donna che, di corsa, dopo una notte abbastanza insonne, a causa del gran caldo, si sia alzata assonnata, abbia steso o ritirato una lavatrice di panni, ha preparato la colazione, apparecchiato per le sue bambine, poi ha sparecchiato, le ha aiutate a vestirsi, ha preparato gli zainetti per la giornata con cambio, merenda e crema per le zanzare. Ha rifatto i letti e dato una sistemata veloce alla casa. poi si è preparata lei per andare a lavoro. E’ salita in macchina con le sue bambine ed ha acceso la Radio per tenerle sveglie e allegre. A quel punto ha iniziato a canticchiare e si è confusa una prima volta, invertendo il suo solito giro: prima la bimba piccola , poi la grande. Pazienza, accompagna la grande al campo estivo,mentre segue la radio, canticchia, ascolta la musica ed intanto, di questo sono certa, ripete a mente le cose che avrebbe dovuto fare dopo.Ricordati di comprare la frutta, i biscotti e la marmellata di albicocche.

Ah si certo devo andare a ritirare le scarpe dal calzolaio e le camicie in tintoria.

E al lavoro? Si entro stasera devo consegnare quei tre documenti e le sei relazioni pronte. Ecco, succede così che ti confondi, cambi itinerario e rompi la catena di automatismi a cui sei abituata. Di mattina, soprattutto di mattina, il rituale che mettiamo in atto è sempre lo stesso. Ci muoviamo per azioni standard ed automatiche. Tutti, nessuno escluso”.

 

E’ possibile riconoscerla in tempo per evitare conseguenze tragiche?

“Certo che è possibile riconoscerla, ma ripeto la dissociazione è un meccanismo che mette in atto il cervello stanco. Bisognerebbe, per questo, essere meno stressati, meno pieni di pensieri e preoccupazioni, meno assonnati. Molto spesso è impossibile. Bisogna essere solo fortunati e sperare che l’amnesia riguardi la macchinetta del caffè sul fuoco e non i bambini. Difficile da accettare, ma a volte è solo fortuna”.

Nel corso della sua carriera le è capitato di trattare persone affette da questa patologia?

“Non è una patologia ma un meccanismo di difesa che interviene quando siamo molto affaticati e stressati. Vedo costantemente persone in questa situazione, prevalentemente donne, ma anche uomini. Le donne, anche quando sono supportate o aiutate da qualcuno, sentono comunque maggiormente il peso della responsabilità della famiglia, dei figli, della casa, del lavoro”.

Lei è una psicologa-psicoterapeuta, ma prima di tutto è una mamma. Perché negli ultimi anni episodi come questo sono sempre più frequenti? Cosa sta succedendo?

“Sta succedendo di tutto. Siamo stanchi. Viviamo vite disumane che non ci appartengono. Ci sentiamo spesso soli ed anche un po’ sfruttati. Dal sistema, dal datore di lavoro, dai genitori anziani, dai figli, dal partner che collabora ( spesso) solo a parole”.

Quali sono i suoi consigli?

“Non giudicare, mai. Frasi tipo: a me non potrebbe succedere, non andrebbero mai pronunciate. Siamo stati, tutti , dissociati, tante e tante volte. Quanta gente posteggia e non ricorda dove ha lasciato la macchina?

L’amore non c’entra. Spesso cose così gravi accadono proprio ai genitori più precisi e meticolosi.

La signora e i tanti genitori che l’hanno preceduta ed a cui è successa questa tragedia, non hanno dimenticato i figli in macchina. Non cadiamo in questa stupida conclusione. Hanno dimenticato di fare una tappa, di fermarsi a scuola, rimanendo però convinti di averlo fatto. Tutti hanno interrotto la normale routine quotidiana, spostato l’ordine dei gesti compiuti normalmente e creduto invece di aver rispettato l’ordine.

Per tentare di evitare che questo accada si possono usare piccoli accorgimenti: il più semplice è quello di mettere la borsa, dietro, vicino al bambino o di montare in macchina uno di quei dispositivi che suonano se chiudiamo la macchina con qualcuno ancora dentro.

Infine non dimentichiamo, in questo caso, il papà. A lui il compito più difficile, quello di sostenere la moglie ed il suo dolore. Sarà lui ed il suo comportamento a fare la differenza. Gli si chiede tanto, tantissimo: archiviare il suo dolore per sostenere quello della moglie. Spero di cuore, ci riesca . Che riesca a comprendere senza colpevolizzare”.

 

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